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Storia Guide Alpine

Bisogna rendere merito (almeno storico) a uno sconosciuto alpinista di due secoli fa: Giovanni Battista Jacchetti, la prima guida di Macugnaga. In occasione del bicentenario attorno al Monte Rosa - ricordato con una serie di manifestazioni nell'estate del 1989 - i riflettori commemorativi sono stati focalizzati sull'esploratore scienziato ginevrino ( considerato da molti il padre fondatore dell'alpinismo moderno) più che sulla sua guida.
E' il tributo inevitabile alla fama dei grandi. E in questo caso, anche alla necessità di recuperare la memoria e lo spessore operativo del "Sommo Saussure".
Finora la sua figura, fondamentale sotto l'aspetto umano, è stata legata strettamente allo scenario del Bianco.
Ma lo spettro dei suoi interessi è assai più ampio, come attestano le diciassette campagna esplorative, far cui quella - importantissima - nelle valli del Rosa, montagna della quale è il primo serio indagatore.
"Incantato dalla posizione" di Macugnaga, defilato e ignoto villaggio delle Alpi, Saussure rimane quasi atterrito, e a un tempo stregato, dalla grandiosità delle montagne che incombonosulle case "metà in sasso e metà in legno".
Le pagine dei Voyages dans les Alpes avrebbero costituito, nei decenni seguenti, la più efficace campagna pubblicitaria per Macugnaga, convogliandovi viaggiatori di mezza Europa. E' proprio Saussure a tramandare il nome della guida che l'accompagna nell'ascensione al Pizzo Bianco, considerata una "prima" anche se viene raggiunta soltanto l'anticima ( "Ero stanco - ammette - e non stavo troppo bene: feci resistenza a mio figlio che voleva raggiungere la vetta ").
Giovanni Battista Jacchetti è qualificato laconicamente come "cacciatore di camosci".Una solida garanzia di sicurezza.
A Macugnaga, come in altre parti delle Alpi, le guide di un tempo non si formavano nelle palestre e tanto meno sulle falesie, ma andando a camosci per ripide cengie o spallonando bricolle lungo i più impervi e defatiganti itinerari degli "sfrusitt".
Proprio l'attività venatoria aveva fatto dello Jacchetti un ottimo conoscitore della Pedriola e della sua cortina di vette minori, ma pur sempre dei "tremila".
La scelta operata da Saussure rientra peraltro nella prassi dei primordi dell'alpinismo, quando le guide sono semplicemente dei valligiani che hanno consolidato un'esperienza di montagna: cacciatori, contrabbandieri, cercatori di cristalli, alpigiani.
Questi ultimi però non sembrano i più affidabili.
Succede che, dovendo rientrare a valle per mungere le mandrie, abbandonino improvvisamente gli alpinisti, magari proprio sul più bello ( o brutto).
Però l'apparizione di Giovanni Battista Jacchetti nella storia del Rosa dura soltanto l'"espace d'un matin".
Di lui non si farà più cenno nelle cronache successive anche perchè, dopo Saussure, passeranno parecchi decenni prima di ritrovare altri "precursori" (almeno sul versante di Macugnaga ). Del resto è una soluzione di continuità comprensibile.
L'orografia di questa regione incute grande rispetto.
Anzi un giustificato timore, E nessuno osa gettarsi in tentativi arrischiatk e aleatori.


Miseri alloggi del primo Ottocento

Anonima rimane la guida che nel 1823 accompagna al passo del Moro ( o forse al passo Mondelli) il barone Ludwig von Welden, alto ufficiale dell'esercito austriaco. "Verso la fine di luglio ho tentato inutilmente di percorrere questa strada, ma il tempo instabile e la troppa neve che incontrammo sull'insellatura dissuasero la mia guida dall'accompagnarmi fino alla valle di Saas".
E' passato un quarto di secolo dalla "prima" di Saussure,e forse il cacciatore del Pizzo Bianco ha appeso il fucile e gli scarponi.
"A Macugnaga,non si trovano che miseri alloggi", scrive il Welden nel Der Monte Rosa, uscito a Vienna nel 1824 ( traduzione italiana a cura della Fondazione E. Monti, Anzola d'Ossola 1987 ) "Si vive come si può, con quello che ci si è portati dietro. Ma ogni sacrificio è ampiamente ripagato dalla staordinaria bellezza della natura, uno spettacolo che qui si può ammirare veramente in tutta la sua magnificenza ".
Un altro tassello al grande mosaico degli elogi che fanno il giro della Mitteleuropa e del Regno Unito. I viaggiatori del primo Ottocento trovano tuttavia ospitalità nella casa di Antonio Lanti, a Borca, e in quella del "signor curato di Macugnaga" , lo stesso che aveva accolto in un primo tempo anche Saussure. Lo si può considerare un albergatore ante litteram, foderato di buona cera e di gentilezze, a differenza del suo omologo di Saas Grund che William Brockedon, qualche anno dopo, desrive come una sorta di orso, esoso e scontroso. Incassa anticipatamente il prezzo del pernottamento e della prima colazione, salvo poi cacciar fuori gli ospiti, prima dell'alba e a stomaco vuoto.
Per tutto l'Ottocento l'itinerario più frequentato resta la traversata del Passo del Moro, che sarebbe una sorta di festival della noia senza la calamità di una dirimpettaia dall'attrazione fatale: la Est del Rosa, la parete più alta e più larga delle Alpi.
L'escursione diventa una classica nella quale si cimentano viaggiatori di tutta Europa.
E' quasi una processione di umori e di fogge, le più strane. I protagonisti . un cocktail di curiosità, originalità e anche petulanza - sono spesso alle prese con un equipaggiamento appesantito dal barometro, fedele compagno di viaggio e "status symbol" del mondo scientifico dell'epoca.


Il Taglio della Corda

Tra costoro troviamo, nel 1870, il francese Violet-le-Duc, celebre studioso d'arte e restauratore di monumenti, che si fa accompagnare da una guida di nome Battista. Corsi e ricordi onomastici. Arrivato ai bordi del ghiacciaio di Talliboden, il cliente eccede nell'imprudenza e finisce in un crepaccio rimanendo fortunatamente appeso alla corda. La scena è attestata direttamente dal protagonista, con accenti tragicomici: "Soffoco" gridai a Battista. "allentate la corda!".
"Oh, signore, come faccio? E' impossibile!". "Ebbene, battista, io taglio la corda!" .Sentii un singhiozzo. Ma subito mi venne uno scrupolo. se taglio la corda, pensai, per questo ragazzo è finita. Tutti crederanno che sarà stato lui."Andiamo , facciamola finita!". Trassi il coltello e gridai: "Taglio la corda!". Udii un singhiozzo disperato e subito precipitai lungo la parete del crepaccio".
La caduta - secondo l'inverosimile racconto - è di una dozzina di metri.
Fortunatamente l'architetto rimase indenne su un ponte dove si accomoda, accende tranquillamente un sigaro e attende i soccorsi.
Arrivano, infatti, quattro robusti montanari a toglierlo dall'impaccio.
Il giorno dopo, Violet-le-Duc scrive dal Vallese alla moglie, a Parigi: " Sono arrivato a Mattmark ieri sera alle otto. Ero partito da Macugnaga alle due del mattino e ho sempre camminato tutto il giorno eccetto tre ore passate, mio malgrado, in un crepaccio".


"Bonne Guide, Honnete Homme"

Guardata, solleticata, ammirata, ma universalmente temuta, la Est viene finalmente anche salita.
E' il 22 luglio 1872 e la vittoria va ad una cordata di inglesi che, visitando da semplici turisti le miniere aurifere di Pestarena, hanno la fortuna di incontrare casualmente Ferdinand Imseng, vallesano trapiantato sin da ragazzo a Macugnaga come pastorello e poi come minatore per scacciare la fame.
E' tutto suo il merito della "prima" che chiude uno dei maggiori conti dell'alpinismo classico.
L'altra guida della cordata, Gabriel Spechtenhauser detto "Gaber", dell'Ortztal, tentenna di fronte alle difficoltà e al rischio.
Il decisionismo di Imseng risulta provvidenziale. Ma tra i vincitori c'è una terza guida, Giovanni Oberto, di Macugnaga, titolare dell'albergo Monte Moro che ha colmato le lacune ricettive della prima parte del secolo.
Di Giovanni Oberto fa cenno anche Achille Ratti, il futuro Papa Pio IX, quando, nel 1889, riesce nell'impresa di salire la Est, con una cordata tutta italiana. Tentativo finito invece in tragedia per Damiano marinelli e le sue guide: l'Imseng appunto, e Battista Pedranzini di Santa Caterina Valfurva. I tre muoiono travolti da un'"immane valanga".
Il canalone che stavano attraversando prenderà il nome dell'alpinista di Ariccia. E' il 18 agosto del 1881. Tempo afoso di scirocco. Chi è imprudente: Imseng o Marinelli? L'unico superstite della piccola comitiva, il portatore Alessandro Corsi, conserverà per sè il segreto. Qualche anno dopo, sul bordo del canale, il CAI Milano costruirà una minuscola capanna, pure intitolata a Damiano Marinelli, "monumento solenne e mesto nella sua modestia per le memorie che evoca", per dirla con Guido Rey che vi pernotta sul finire del secolo. E' la prima grande tragedia dell'alpinismo italiano, con una ricaduta di pietrificante sgomento in tutta la nazione e all'estero.
Ma è pure la fine prematura di una grande guida, Ferdinand Imseng.
Quasi una meteora, che però ha fatto in tempo a lasciare il segno anche sulla Est della Nordend ( con il fratello Abramo e il milanese Luigi Brioschi), sulla Ovest del Cervino e sui Mischabel.
Al cimitero di Chiesa Vecchia è ricordato con una scarna epigrafe su un rustico granito: "Bonne guide, honnète homme".
Un epitaffio esemplare, come la sua troppo breve esistenza.


Arriva il "Rifal"

Ed ecco sulla scena un giovane bollente e ribelle, di eccezionale energia e caparbietà: Mattia Zurbriggen, arrivato a Macugnaga a due anni di età, nel gerlo del padre che passa il Moro come emigrante dalla valle di Saas per sfamare la numerosa famiglia. Zurbriggen assume i contorni davvero leggendarib, non tanto per le sue imprese sul Rosa ( pure memorabili ) quanto per quelle extraeuropee.
Diventa guida a venticinque anni, dopo essere stato stalliere d'albergo, fonditore, minatore, postigliore delle diligenze svizzere, commerciante di ferro in Algeria.
Confessa così la sua ruggente folgorazione per l'alpinismo: " I miei occhi erano sempre fissi sulle montagne.
Quando pensavo che quei picchi erano stati scalati e nella mia fantasia mi vedevo guidare qualche alpinista lassù, il mio sangue danzava nelle vene ed ero smanioso di diventare una guida. Questo desiderio divenne irresistibile."
Negli anni a cavallo del secolo è assoldato dai migliori alpinisti inglesi per spedizioni in tutti i continenti.
Nel karakorum arriva a superare i 7 mila metri e per parecchio tempo detiene il record di "uomo più alto del mondo". Conquista solitario l'Aconcagua, lasciando sulla vetta, come testimonianza, la picozza.
Nel 1899 pubblica a Londra una corposa autobiografia del suo alpinismo, From the Alps to the Andes.
Il successo però diventa un peso eccessivo e il declino assume toni sconfortanti e penosi. Abbandona a Macugnaga la famiglia nell'indigenza totale. La gente del paese lo cancella anche dalla memoria: ancora a distanza di decenni rimarrà difficile strappare qualche ricordo agli anziani che l'avevano conosciuto.
Un "Tifal", un diavolo. La guida (certo una delle maggiori della fine dell'Ottocento) muore da disperato a Ginevra durante la prima guerra mondiale, nella miseria e nell'oblio generale. Sotto l'Alpine Journal gli dedica un breve necrologio. Nelle spedizioni di Mattia Zurbriggen operano anche i macugnaghesi Nicola Lanti ( all'Aconcagua) e Giuseppe Muller (nel Karakorum).
Ma sul Rosa soprattutto il fedele Luigi Burgener che sopporta docilmente le orgogliose sfuriate del collega. A Guido Rey sempre aun dio "rosso e imperioso" che dall'alto di uno strapiombante seracco impreca senza ritegno contro di lui e contro l'amico Vaccarone: "Figli di cani, se casco io andate giù tutti!". E' il 4 settembre del 1893, durante la prima salita dalla Marinelli al colle Gniffetti. Ed è anche il giorno dell' inaugurazione della Capanna Regina Margherita.
Luigi Burgener riceve ampi elogi da alpinisti dell'epoca, come Luigi Vaccanore e Carlo restelli, ma anche dal futuro Papa Ratti da lui condotto sul Pizzo Bianco, " in condizioni di neve abbastanza faticose e difficili da lasciare luogo ampio all'eccellente opera della guida".
Così si legge in un autografo del futuro Pio IX, sul libretto di Burgener, calzolaio di professione, e onorato poi dall'attributo popolare di "guida del Papa". L'anello di raccordo tra i due secoli è dato soprattutto da Clemens Imseng, un altro vallesano trapiantao al di qua delle Alpi, noto per un paio di doti peculiari: l'eccezionale celebrità e resistenza nel camminare, in giornata da Macugnaga alla Capanna Margherita passando dall'interminabile mulattiera del colle del Turlo, medioevale collegamento tra Macugnaga ed Alagna per gli "homines argentarii", ossia i cercatori d'oro.
Però sul Fillar è costretto ad arrestarsi davanti a "un gran sasso dritto e liscio", ma solo per "consultare lungamente una bottiglia di Moscato d'Asti, traendone poi confortevole responso" come scrive Carlo restelli, altro nome che si ritrova sovente nelle cronache del Rosa.
L'attestazione più elogiativa per Clemens Imseng viene dall'ossolano di Piedimulera Gian Domenico Ferrari, "giovane alpinista", e soprattutto autentico maratoe alpino, che morirà tragicamente sul Grande Paradiso alla fine del secolo.
I due salgono allo Jagerhorn partendo dalle tre dall'Alpe Fillar e rientrando a Macugnaga per il pranzo.
Ferrari scrive sul libretto :" Imseng, oltre ad essere una delle migliori guide, è forse il più forte camminatore fra tutte". A tarda età viene anche immortalato dal caricaturista milanese Aldo Mazza in un gustosissimo romanzetto grafico che riproduce una ventina di quadri conservati nel museo di Staffa. Protagonista del racconto, in chiave amabilmente umoristica, è il senatore genovese Attilio Pozzo. Parrebbe un personaggio degli Alpinisti ciabattoni del Cagna : l'universale e sempre attualissimo spaccamontagne, impreparato e millantatore.


Inseguendo un Camoscio

Le ricorrenti tragedie sulla Est ( una vittima nel 1925, è la guida Erminio Jacchini ) non ne scalfiscono il fascino e non ne assotigliano l'attrazione. Il trend turistico è in crescendo. Si costruiscono le ville dei "signori villeggianti" e anche qualche rifugio.
Dopo la Marinelli, il Sella e la Zamboni. La strada della Valle Anzasca, completata all'inizio del secolo, permette di arrivare a Macugnaga in corriera. Ma per molti il prodromo dell'alpinismo sta nel pigiare sui pedali delle biciclette.
Sarebbe un esercizio prolisso enumerare analiticamente imprese e protagonisti macugnaghesi. Si deve però accennare almeno a Cristoforo Jacchini, detto "Tofi", che ha dato il nome alle cengie dell'omonimo Passo, presso il nuovo Weissthor, sulla via della Jazzi, da lui scoperto - si dice - inseguendo un camoscio.
Nè si può dimenticare la prima dei Salti del Pizzo Bianco compiuta da un giovane terzetto locale, composto da Zaverio Lagger, Andrea Burgener e Luigi Ruppen.
A un certo punto Burgener è costretto a togliersi gli scarponi chiodati per superare un delicato passaggio. Poco dopo però gli scivolano dalle spalle e finiscono in fondo alla parete. Immaginabile il calvario della lunga discesa a piedi nudi.
E' il 1924, la bufera bellica ormai alle spalle. Ma la tecnica in questo settore delle Alpi è ancora primordiale. Sui Salti, in mancanza di chiodi, si pianta il cardine di una porta.
In quegli anni arriva a Macugnaga Ettore Zapparoli, giovane audace, temerario, anche candido, e generoso idealista.
Disegnerà sulla Est un piccolo reticolo di vie ardite e sempre solitarie.
E la grande parete ne farà un affascinante personaggio,di rilevante spicco tecnico e letterario, fino a conservarne gelosamente il mistero della morte avvenuta nell'agosto del 1951.
Intanto, alla fine degli anni trenta, Gaspare Oberto viene chiamato da padre Alberto De Agostini in una spedizione in Patagonia, mentre una coppia di eccezionali ghiacciatori (Zaverio Zurbriggen e pietro Pironi) percorrono in discesa la parete Est in due occasioni: con Giovanni Parravicini (ed è la prima italiana), e con Massimo Magliola e Giuseppe Mosca.
Da anziani, questi alpinisti parteciperanno assiduamente all'annuale raduno del "Club dei 4000" che si tiene l'ultima domenica di settembre alla Zamboni.
E' l'occasione di una simpatica rimpatriata, ideata all'inizio degli anni Sessanta dal novarese Romeo Berti, e rigorosamente riservata solo a coloro che hanno fatto la Est.
In uno dei raduni arriva anche Emilio Amosso, autore con Oliviero Elli della proma invernale sulla Est, nel 1953.
In un vasetto sott'alcol Amosso conserva, come una reliquia, un piccolo cimelio personale: i moncherini delle sue dita che aveva dovuto sacrificare per i congelamenti contratti proprio sulla Est.


Sessanta Ore nella Bufera

Ma siamo già nell'ultimo dopoguerra, caratterizzato, negli anni immediatamente successivi al conflitto, dalle difficoltà economiche e sociali della ripresa. nel 1948 Erminio ranzoni con i giovanissimi fratelli Felice e Clementino Jacchini traccia una diretta sulla Nordend finendo in una bufera che li blocca per settanta ore. Ce la fanno ugualmente ad arrivare da soli quasi alla Bètemps e le guide di Zermatt si meravigliano di incontrarli ancora vivi.
Sul Rosa, il 6° grado lo importano i rocciatori varesini e verbanesi con in testa Mario Bisaccia, Gino Buscaini, Valerio Bistoletti, Tino Micotti e Gualtiero Rognoni. Tra le guide di Macugnaga emerge Giuseppe Oberto, figlio d'arte, che viene chiamato nel 1958 alla spedizione nazionale del CAI al Gasherbrum IV.
Silenzioso e riservato, Oberto è il prototipo del montanaro "d'antan" , che conosce in profondità tutte le pieghe del suo ambiente operativo. Una simbiosi strettissima tra l'uomo e la natura ( come si riscontra, qualche anno dopo, anche in Luciano Bettineschi ). Un "file" che non può essere frutto dell'estemporaneità e che non risponde a criteri fallaci dell'effimero.
Questa gente ha alle spalle un'assidua frequentazione del territorio, indagato in tutte le pieghe ambientali. Oberto durante la guerra fa il passatore di ebrei e di disperati. E' un'autentica scuola di vita. Sul triangolo della Jazzi, nel 1959, con i "cittadini" Bisaccia, Nino Bertolini, Arnaldo Fontana e Luigi Bodio c'è anche Pierino Jacchini, una altro giovane che riesce subito ad assimilare con eccezionale spontaneità la tecnica più raffinata. Adesso la diventa cronaca.
Quindi più scarna, forzatamente scevra di giudizi che potrebbero essere anche avventati e frettolosi, perchè senza la filigrana del tempo. Si può comunque affermare tranquillamente che in questo primo scorcio le guide di Macugnaga hanno saputo imporsi soprattutto nelle invernali.
E' un recupero tecnico e culturale estremamente rapido, che le riporta al livello dei migliori in assoluto, almeno sul misto. I prodromi si avvertono già negli anni Cinquanta con Pierino Corsi, i fratelli Costantino e Michele Pala, Felice Jacchini, e Gildo Burgener.
Quest'ultimo cade nel 1958 dalle "Roccette" terminali della Dufour. Custodito anche lui, come molti, nel ghiaccio della Est.
Poi, negli anni Sessanta, ecco le invernali alla Dufour e alla Cresta di Santa Caterina, con Luciano Bettineschi, Felice Jacchini, Lino Pironi, Michele Pala e Carlo Jacchini.
Quasi contemporaneamente sulla "Via dei Francesi" troviamo due guide ossolane, Armando Chiò e Dino Vannini.
Sulla Sud del Pizzo Bianco: ancora Bettineschi e Piero Signini. Sulla Brioschi: lo stesso Signini e i verbanesi Micotti, Gualtiero Rognoni e Pierino Sartor. E' un'effervescenza di attivismo. Sono gli anni d'oro dell'alpinismo in questa area del Rosa.
Quali le molle? Certo, l'orgoglio e lo spirito della "valligianità". Ma anche la consapevolezza di poter affermare legittimamente un ruolo adeguato alle punte più avanzate del momento storico.


Il Gatto del Rosa

Luciano Bettineschi diventa guida quando non è più giovanissimo, ma brucia le tappe, dapprima insieme ad un giovane milanese, Gianni Radice. Si può dire che tutta la grandiosa cortina delle montagne macugnaghesi porti il marchio di questa guida che non retoricamente viene battezzata il "Gatto del Rosa".
Egli non disdegna nemmeno di segnare i sentieri, pennello e vernice alla mano, invece dei chiodi e della picozza. E, come i precursori, va a cercare cristalli di quarzo sulle pareti più sperdute.
Con l'animo incantato del naturalista (dopo anni di assidua attività venatoria ) diventa cacciatore di immagini. e trascorre le sue giornate a seguire la vita patriarcale dei branchi di camosci e di stambecchi. Bettineschi "scopre" anche il passaggio più logico che permette di aprire un nuovo itinerario, subito frequentatissimo: la "Traversata dei Camosci", dal Passo del Moro alla Capanna Eugenio Sella.
E' gratificato dall'accompagnare i giovani. Un ragazzino taciturno e riservato muove i primi passi con lui.
Si chiama Claudio Schranz e per un decennio sarà la guida di punta di Macugnaga, con spedizioni extraeuropee e nuove vie.
In più, Schranz sa coniugare con notevole successo lo sci estremo. Con lui si deve ricordare, tra gli altri, Gianni Tagliaferri, anch'egli cresciuto alla scuola alpinistica del padre, pure guida apprezzata. Ma una schietta ed esemplare continuità operativa si ritrova pure in Fabio Jacchini, figlio di Pierino.
Giovanissimo scende con gli sci dalla Est, e compie in solitaria l'invernale al Triangolo sul quale suo padre aveva arrampicato, trent'anni prima.
Per ricordare la figura di Luciano Bettineschi e interpretarne fedelmente gli insegnamenti, il Club dei 4000 e la Sezione di Macugnaga del CAI danno vita a una "Fondazione" che porta il nome della guida con lo scopo di sostenere finanziariamente i giovani che intendono affrontare il difficile iter per diventare guida alpina.
E' anche l'affermazione concreta di una volontà semplice e chiara: evitare che il "mestiere più bello del mondo", come diceva Gaston Rebuffat - mestiere da queste perti vecchio di due secoli - debba finire tra le spoglie che affollano i mesti e desolati parcheggi della memoria.





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